Gli scontri iniziati il 6 gennaio 2026 nelle aree a maggioranza curda di Sheikh Maqsoud, Ashrafieh e Bani Zaid, nella parte settentrionale di Aleppo, non sembrano destinati a fermarsi. Il bilancio attuale è di almeno 21 morti e oltre 140 mila sfollati. Molti di questi abitanti erano arrivati nei quartieri curdi di Aleppo dopo essere stati costretti a fuggire dall’invasione e dagli attacchi turchi contro la città di Afrin nel 2018 e oggi si ritrovano nuovamente a dover abbandonare le proprie abitazioni.
Nel quarto giorno consecutivo di combattimenti, le fazioni armate affiliate al governo di Damasco, comprese le milizie filo-turche, al-Amshat, al-Hamzat e Nour al-Din al-Zenki, hanno condotto due tentativi di incursione nel quartiere di Sheikh Maqsoud, con il supporto diretto di carri armati e armi pesanti.
In risposta a questi attacchi, le Forze di Sicurezza Interna Curde (Asayish), sono riuscite a bloccare entrambi i tentativi e a respingerli, costringendo le forze di Damasco alla ritirata. Gli scontri avvengono mentre il quartiere di Sheikh Maqsoud continua a essere sottoposto a bombardamenti di artiglieria.
In un comunicato diffuso dalle forze Asayish si legge: “Le nostre forze continuano la loro resistenza per il terzo giorno consecutivo contro l’assalto lanciato da fazioni affiliate al governo di Damasco contro i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh nella città di Aleppo, nonostante il brutale e intenso bombardamento con carri armati e artiglieria che prende di mira aree residenziali civili”.
Secondo fonti curde, le fazioni affiliate al governo di Damasco continuano a condurre bombardamenti indiscriminati e deliberati su entrambi i quartieri, colpendo infrastrutture civili. L’ospedale Khaled Fajr è stato colpito, insieme a zone residenziali densamente popolate, causando distruzioni diffuse. Giungono inoltre notizie secondo cui numerosi civili sarebbero rimasti intrappolati sotto le macerie degli edifici distrutti.
Nella giornata del 9 gennaio, il Ministero della Difesa del governo di Damasco avrebbe pubblicato una mappa dei combattimenti, nella quale vengono evidenziati i siti da colpire nel quartiere di Sheikh Maqsoud; nella mappa sarebbe incluso anche l’ospedale civile Khaled Fajr, che da ieri è stato oggetto di quattro attacchi consecutivi di artiglieria, come riportato da fonti vicine alle Forze di Sicurezza interna.
Molti civili, per lo più bambini, donne e anziani, avevano cercato rifugio all’interno dell’ospedale Khaled Fajr, ritenendolo un luogo sicuro, prima che la struttura venisse colpita direttamente dall’artiglieria delle milizie governative. L’attacco a luoghi adibiti alla cura dei feriti, come gli ospedali, rappresenterebbe una palese violazione del diritto internazionale umanitario, che vieta e condanna qualsiasi attacco alle strutture sanitarie.
Nel frattempo, agenzie di stampa e media turchi pubblicano notizie che mirano a criminalizzare gli eventi in corso, definendo “terroristi” le forze curde e facendo esplicito riferimento al PKK. Secondo la piattaforma online indipendente turca per i diritti umani Bianet, Ankara avrebbe descritto nella narrazione ufficiale dei media, la resistenza delle forze curde ad Aleppo come un’azione terroristica, riportando che la Turchia avrebbe offerto il proprio supporto militare al governo siriano qualora richiesto.
Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan in una conferenza stampa ad Ankara ha dichiarato che le Syrian Democratic Force rappresenterebbero “ il più grande ostacolo alla pace e alla stabilità in Siria” e che “l’obbiettivo della Turchia è preservare l’integrità territoriale e la centralizzazione della Siria”, come riportato dal giornale online filo governativo in lingua inglese Daily Sabah.
Questa escalation si inserisce in un’offensiva in corso che minaccia la vita dei civili e aggrava ulteriormente la catastrofe umanitaria nell’area, in un contesto caratterizzato da un progressivo inasprimento dell’assedio su entrambi i quartieri, con un sempre più chiaro coinvolgimento di forze straniere che dalla caduta di Bashar al Assad intervengono in maniera sistematica nella politica interna del paese.
Il 9 gennaio il Ministero della Difesa siriano ha annunciato nel frattempo la proposta di un cessate il fuoco, una richiesta quella del governo che più che un’apertura al dialogo si è configurata come una pretesa di “resa” delle forze curde. Il governo ha infatti “invitato” i combattenti a lasciare le aree sotto attacco, con il permesso di portare con sé armi leggere, per essere scortati con pullman messi a disposizione dal governo verso il nord-est del paese, l’area sotto controllo delle SDF.
Le agenzie di stampa AP Press e Reuters, riportano che non vi è stata alcuna risposta immediata da parte delle SDF e che i Kurdish Councils in Syria’s Aleppo avrebbero respinto le richieste di evacuazione, dichiarando quanto segue: “Non ci fidiamo del governo di Damasco per affidargli la nostra sicurezza e abbiamo deciso di rimanere nei nostri quartieri e difenderli.”
Questa decisione si basa anche sull’accordo del 1° aprile 2025 tra le forze curde e il governo siriano, che prevedeva il ritiro delle SDF da Aleppo, ma stabiliva che il mantenimento della sicurezza locale nei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh fosse affidato alle forze di sicurezza locali, le Asayish.
Sempre il 9 gennaio, è circolato tra le forze curde un video che mostrerebbe un drone colpire nuovamente l’ospedale Khaled Fajr, costringendolo, secondo fonti locali, alla chiusura.
Le forze curde parlano apertamente di resistenza, mentre gli scontri sembrano proseguire nonostante il maldestro tentativo del governo di proclamare un cessate il fuoco. Tutto questo avviene mentre l’autoproclamato presidente siriano Ahmed al-Sharaa incontra a Damasco i leader dell’Unione Europea, ricevendo il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, sottolineando come la priorità del governo sia la protezione dei civili e una transizione inclusiva nella ripresa post-conflitto del paese.
In quella che appare sempre più come una politica del caos, utilizzata dal governo centrale di Damasco per legittimare l’autoritarismo e l’accentramento del potere, le prospettive di un accordo tra le parti sembrano allontanarsi; le richieste avanzate dalla controparte curda, che ha sempre sottolineato la necessità di una decentralizzazione come unica via per garantire una reale autonomia dei territori curdi senza compromettere la stabilità nazionale della Siria, sembrano disattese.
In questo contesto i curdi accusano il governo di Damasco di portare avanti una politica di delegittimazione e disinformazione, denunciando la diffusione di notizie false. Tra queste, le dichiarazioni attribuite al Ministero della Difesa, secondo cui i combattenti dei quartieri di Sheikh Maqsoud sarebbero residui del precedente governo e membri del partito del PKK, vengono definite come un meschino tentativo di distorcere la verità e giustificare una palese aggressione contro un quartiere civile. Nel comunicato diffuso dal Media Center delle Forze di Sicurezza Interne si legge: “Riteniamo il governo di Damasco e le sue milizie pienamente responsabili di tutto ciò che sta accadendo e affermiamo che la disinformazione mediatica non potrà nascondere la verità, che i loro crimini non saranno cancellati dalle menzogne e che non riusciranno a spezzare la volontà del popolo né la legittimità della sua autodifesa di fronte all’aggressione.”
Anche le dichiarazioni del generale in capo delle SDF Mazlum Abdi sono indicative dell’attuale congelamento nei rapporti con il governo di Damasco: “Il dispiegamento di carri armati e artiglieria nei quartieri di Aleppo, i bombardamenti, l’evacuazione di civili disarmati e i tentativi di prendere d’assalto i quartieri curdi durante il processo negoziale minano le possibilità di raggiungere un accordo.”
Abdi ha inoltre descritto l’attacco come una possibile ripetizione delle violenze settarie avvenute nel marzo scorso nelle regioni costiere della Siria contro la minoranza alawita e nella città meridionale di Suwayda contro la minoranza drusa.















