di Silvia Casadei

“Non dimenticherò mai il periodo dopo il cessate il fuoco, quando ho ricominciato a guidare la mia macchina per Nabatieh. La vista era completamente diversa. Non per la distruzione in sé, non per gli attacchi dal fronte. Era diversa perché ovunque guardassi ricordavo qualcosa. Qui abbiamo portato via qualcuno. Qui abbiamo trovato un corpo sotto le macerie e lo abbiamo tirato fuori” Mohamad Jaber

Essere paramedici nel sud del Libano è oggi un compito arduo, difficile ma soprattutto ad alto rischio. I paramedici a Nabatieh continuano instancabilmente la loro missione nonostante il dolore e le perdite. “Potremmo morire? È una possibilità. Lo sappiamo” dice Mohamad, “noi non siamo persone che amano morire. Vogliamo vivere, però se qualcuno vuole privarmi della mia dignità, allora no. Se devo dare la mia vita per salvare qualcuno e andare in paradiso, allora lo faccio volentieri”.

Il distretto di Nabatieh appare come una distesa vuota. Le strade, disseminate di edifici distrutti, sono invase da macerie che arrivano fino al bordo della carreggiata. Non ci sono auto, né passanti. Solo le ambulanze attraversano la città con le sirene accese, mentre la nostra auto con la scritta PRESS corre a velocità sostenuta verso la sede della Nabatieh Paramedics.

Il distretto di Nabatieh, nel sud del Libano è un’area vasta che comprende molti villaggi colpiti da ordini di evacuazione a seguito della ripresa del conflitto il 2 marzo; la città è vuota, a parte quattro persone che incontriamo lunga la via principale e che siedono accanto alle loro case che non sono state ancora distrutte dai bombardamenti israeliani. 

Quando è stato annunciato il cessate il fuoco il 16 aprile 2026, molte persone sono rientrate nelle loro abitazioni pensando di poter riprendere la propria vita, il proprio lavoro, ma come ci dice Mohamad, hanno capito che non era davvero un cessate il fuoco e dopo aver raccolto quello che potevano sono dovute scappare nuovamente. 

Nabatieh si trova infatti in una zona colpita da numerosi ordini di evacuazioni e soggetta a frequenti bombardamenti e dove la parola “ cessate il fuoco” è priva di ogni significato.

Per le strade di Nabatieh siamo accompagnati dalla sicurezza locale che tiene traccia dell’intensificarsi dei bombardamenti nelle aree circostanti. È una giornata intensa, si sentono esplosioni provenire da Mayfadoun, Harouf, Jebchit, Zawtar, i droni volano molto bassi e rimbombano come un eco macabro in una città fantasma. 

Il quartier generale della Nabatieh Paramedics si trova accanto all’ospedale Al-Najda  Al-Shaabiya e dal 2 di marzo 2026, dalla ripresa del conflitto, tutti i quaranta volontari vivono fra materassi e giacigli di fortuna pronti a partire ad ogni chiamata. Il clima nonostante la situazione è allegro e tutti sono impegnati in una routine quotidiana che di fronte alla complessità della situazione, appare rassicurante. Un tempo avevano una loro base operativa, ma sono stati costretti a trasferirsi, dopo che l’area accanto alla loro sede è stata colpita dai bombardamenti israeliani. 

Nabatieh, Libano del sud-Mohammad Suleiman- Foto di Silvia Casadei

La Nabatieh Paramedics è una organizzazione umanitaria indipendente, nata nel 2002, come ci spiega Mohamad Jaber, che opera su base volontaria. Erano presenti durante la guerra nel 2006, nel 2024 e anche ora nel 2026, non solo come supporto allo staff medico ma anche come aiuto alla popolazione, nella distribuzione di cibo e beni di prima necessità alle famiglie in difficoltà. “ Vogliamo essere un sostegno ai cittadini durante la guerra ci spiega Mohamad Jaber, siamo tutti volontari.

Ma questa guerra è diversa dalle altre, è più devastante, più brutale, adesso attaccano i paramedici, la popolazione civile, prima non succedeva e sono attacchi deliberati contro le strutture civili, perché oggi hanno la tecnologia, hanno i droni, e vedono dove stanno colpendo. Lo sanno, e lo fanno apposta.

Per Mohamad è diventato molto più difficile lavorare sul territorio, ma come ci dice,  nessuno si è tirato indietro, non abbiamo ceduto e continuiamo tuttora a fare la nostra parte nella lotta.” 

La situazione è profondamente cambiata rispetto a gennaio e febbraio 2026, quando come Pagine Esteri ci recammo nei villaggi del sud del Libano. 

Secondo le stime del Ministero della Sanità libanese più di 108 paramedici sono stati uccisi dall’inizio del conflitto, dalle forze israeliane, durante lo svolgimento delle operazioni di soccorso, in quella che appare sempre di più come una scelta lucida e consapevole di attaccare tutti coloro che sono impegnati nella difesa della propria terra. 

In questo nuovo e fragile cessate il fuoco, iniziato il 16 aprile 2026, molti dei villaggi che avevamo visitato nei mesi precedenti sono ormai ridotti a cumuli di macerie, distrutti dai bombardamenti israeliani. Oggi non è più possibile accedervi perché, come ci viene ribadito anche dal personale della Nabatieh Paramedics, entreremmo in aree dove rischieremmo di essere colpiti direttamente.

Nabatieh, Libano del sud – Foto di Silvia Casadei

Secondo i media nazionali e internazionali, dal 16 aprile 2026 sarebbero state registrate oltre 300 violazioni israeliane al cessate il fuoco, con più di 500 vittime civili successive all’entrata in vigore della tregua. Numeri che rendono sempre più difficile parlare di cessate il fuoco e che alimentano la percezione che Israele non abbia alcuna intenzione di rispettare gli accordi internazionali.

La Nabatieh Paramedics esce quotidianamente per portare sostegno alla popolazione e soccorrere i civili rimasti nel sud del Libano, spesso intrappolati nelle proprie case o feriti in strada da droni e colpi di artiglieria.

Mohammad ci spiega che, ogni volta che partono per un intervento, adottano tutte le misure necessarie per essere immediatamente identificabili come personale sanitario. Le ambulanze e le moto-soccorso sono chiaramente contrassegnate con simboli di emergenza, mentre sui caschi e sui giubbotti antiproiettile spiccano grandi scritte rosse che ne indicano il ruolo medico e umanitario.

Attaccare deliberatamente il personale medico è una violazione del diritto umanitario, ma per Mohamad la violazione inizia ancora prima Se stai combattendo contro qualcuno e questa persona rimane ferita, non ti è permesso colpirla mentre viene evacuata. La violazione inizia già da questo. E anche mettendo questo da parte: non è permesso colpire le squadre di paramedici. Loro ( gli israeliani ndr) dicevano che nelle nostre ambulanze cerano armi. Ma noi abbiamo una GoPro montata su ogni veicolo che riprende tutto.

Dall’inizio del conflitto tre membri della Nabatieh Paramedics sono stati uccisi dall’esercito israeliano: Joud, Ali, e Mahdi, Joud aveva sedici anni; tutti colpiti con attacchi diretti mentre stavano svolgendo le loro attività di aiuto e supporto alla popolazione. 

Abbiamo incontrato il padre di Joud, anch’egli paramedico e uno dei fondatori nel 2002 della Nabatieh Paramedics. Mohammad Suleiman lo incontriamo nella sede dell’associazione, insieme a tutti i suoi colleghi. Non ha mai smesso di svolgere i propri compiti morali verso gli abitanti di Nabatieh, nonostante la morte del figlio. 

Mohammad è un uomo calmo, la cui voce trasmette sicurezza, ci racconta che il figlio aveva iniziato a frequentare l’organizzazione nel 2024, come scout, e con la ripresa del conflitto nel 2026 aveva deciso di entrare come paramedico effettivo. 

Saida-Libano del Sud-Funerali di nove civili uccisi negli attacchi israeliani al villaggio di Al-Saksakiyeh, nel Libano meridionale, 09/05/2026 – Foto di Silvia Casadei

Come padre ero orgoglioso di mio figlio e della sua decisione di aiutare la comunità, nonostante la giovane età” riferisce Mohammad.

Joud frequentava l’associazione fin da quando aveva sei anni, seguendo spesso il padre durante le attività dei soccorritori. Il 24 marzo stava viaggiando insieme ad Ali Jaber su una moto-soccorso contrassegnata con i simboli di emergenza dell’associazione quando sono stati colpiti direttamente da un attacco dell’esercito israeliano.

Entrambi indossavano uniformi paramediche e il mezzo era chiaramente identificabile come veicolo sanitario, ma questo non è stato sufficiente. Erano usciti per svolgere il loro lavoro, la loro missione, quando sono stati colpiti da un attacco diretto.

Mohammad Suleiman ha sentito le esplosioni senza sapere che suo figlio fosse uscito. Ha provato a contattare l’ambulanza, partita insieme alle moto-soccorso e a chiamare i ragazzi, ma non ha avuto risposta. Quando ha raggiunto il luogo dell’attacco, accompagnato da una troupe televisiva francese presente a Nabatieh, ha trovato il corpo del figlio.

Saida-Libano del Sud-Funerali di nove civili uccisi negli attacchi israeliani al villaggio di Al-Saksakiyeh, nel Libano meridionale, 09/05/2026 – Foto di Silvia Casadei

Le riprese video della troupe francese e delle GoPro mostrano chiaramente che nessun veicolo trasportava armi e che tutte le persone colpite dentro le auto e le moto erano paramedici.

Mohammad racconta il proprio dolore con dignità e fermezza, ma soprattutto con la determinazione di chi sente di avere, in questo momento storico, un obbligo profondissimo verso la propria gente.

Il giorno del funerale, dopo la cerimonia, tutti i volontari della Nabatieh Paramedics hanno ripreso le loro attività nel centro dell’associazione e per le strade di Nabatieh perché come ci dice Mohammad “ non abbiamo mai posticipato il nostro lavoro.

L’ospedale Al-Najda  Al-Shaabiya si trova accanto al centro operativo della Nabatieh Paramedics, da quest’area partono anche le ambulanze della Red Cross libanese e della Civil Defence. La direttrice Mona Abouzeid ci dice che dalla ripresa del conflitto l’ospedale ha accolto più di 600 feriti e che 300 persone accolte all’interno sono morte a causa dei bombardamenti israeliani. Mona è direttrice dell’ospedale dal 2019 e durante il conflitto del 2024 ha vissuto all’interno della struttura medica per 64 giorni e anche adesso dal 2 marzo non ha mai lasciato la struttura, insieme all’equipe dei medici che lavorano all’interno. 

Quando le chiediamo cosa si aspetta dal futuro la sua risposta è diretta ed esprime la complessità dell’attuale situazione nel sud del libano: “ io non penso al futuro, se dovessi pensare a questo allora dovrei prendere la foto di Gaza e questo probabilmente rischia di essere il nostro futuro, ma io non voglio farlo, allora penso ad oggied aggiunge, “ i governi pensano che siamo delle marionette ma il popolo sta con il popolo.

Nabatieh, Libano del sud – Foto di Silvia Casadei

Mohammad Suleiman, Mohamad Jaber, Mona Abouzeid e tutti coloro che operano nel soccorso e nell’assistenza alla popolazione civile, in un momento in cui si stanno sostituendo a uno Stato assente, non hanno mai pensato di venire meno al proprio lavoro, nonostante le perdite umane che hanno dovuto affrontare.

Per alcuni di loro è un obbligo morale e religioso; per altri, un dovere umano di fronte alla sistematica aggressione di uno Stato occupante, nella difesa della propria terra e della propria popolazione.

Smetti di vedere le strade come semplici strade. Vedi strade con corpi. Vedi edifici con corpi. È questo che continui a vedere tutto il tempo. Mohamad Jaber


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