Pagine Esteri – L’amministrazione statunitense sta esercitando forti pressioni per cercare di raggiungere un rapido accordo sul Sahara occidentale, mezzo secolo dopo il ritiro della Spagna da quella che era la sua più grande colonia africana e l’inizio dell’occupazione marocchina.

Nel 2020 il tycoon ha riconosciuto la sovranità marocchina sui territori saharawi occupati nel 1975, ottenendo in cambio dal Marocco la normalizzazione delle relazioni con Israele nell’ambito dei cosiddetti “Accordi di Abramo”.

Da quel momento le varie istituzioni internazionali e i paesi che almeno formalmente difendevano il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi gli hanno voltato le spalle. Nel 2022 il premier socialista spagnolo, Pedro Sanchez, riconobbe la sovranità marocchina sui territori occupati, in cambio della concessione alle ex colonie spagnole di una “ampia autonomia”.

L’ultimo passo lo hanno compiuto ad ottobre le Nazioni Unite, che di fatto hanno eliminato l’opzione – da sempre in campo – della celebrazione di un referendum per l’indipendenza (che non si è mai celebrato per il rifiuto di Rabat) optando anche in questo caso per l’integrazione della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) in Marocco.

Se gli spagnoli avessero gestito l’ex colonia permettendo il passaggio delle consegne al Fronte Polisario (Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro), l’organizzazione indipendentista fondata nel 1973, probabilmente oggi il Sahara occidentale sarebbe uno dei tanti stati della regione. Ma, in concomitanza con la morte di Francisco Franco, il Marocco occupò buona parte dei territori saharawi, senza incontrare l’opposizione di Madrid, che anzi decide di ritirarsi rapidamente lasciando l’ex colonia a sé stessa. A quel punto anche la Mauritania occupò una porzione di Sahara occidentale, ma nel 1979 fu costretta a ritirarsi dalla resistenza armata del Fronte Polisario. A quel punto però il Marocco riuscì a impossessarsi di tutto il territorio saharawi. Lo scontro con gli indipendentisti continuò fino al 1991, quando le due parti si accordarono per un cessate il fuoco con la mediazione dell’ONU che dispiegò nell’area un contingente di caschi blu nell’ambito della MINURSO, la Missione delle Nazioni Unite per l’Organizzazione di un Referendum nel Sahara Occidentale.

La tregua ha retto trent’anni, fino a quando nel 2020, forte del sostegno di Washington, l’esercito marocchino è entrato con la forza nella zona demilitarizzata di Guerguerat. A quel punto il Fronte Polisario è tornato alla lotta armata.

Ormai la missione dell’Onu ha compito di semplice monitoraggio e assiste impotente alla colonizzazione marocchina. Il referendum per l’indipendenza è scomparso dall’orizzonte, e del resto i coloni marocchini presenti nella regione sono ormai più numerosi degli abitanti, molti dei quali sopravvivono in condizioni disperate nelle tendopoli erette nel deserto vicino a Tindouf, in Algeria (paese che sostiene il Fronte Polisario in chiave anti-marocchina).

Intanto il Marocco è tornato a colpire il Fronte Polisario. Il 7 giugno un drone ha ucciso tre membri dell’organizzazione che stavano conducendo un’azione contro il “muro della vergogna”, una barriera fortificata lunga 2700 km realizzata dal Marocco tra il 1980 e il 1987 per dividere la porzione sotto il suo controllo dal resto del territorio saharawi.

Tra gli uccisi c’era Lehbib Mohamed Abdelaziz, membro della direzione del Fronte Polisario e comandante di brigata dell’Esercito di Liberazione del Popolo Saharawi (SPL). Considerato un possibile candidato alla successione dell’attuale leader del Fronte Polisario, l’ottantenne Brahim Ghali, Abdelaziz era figlio dello storico presidente della RASD, Mohamed Abdelziz e dell’ex Ministra della Cultura saharawi, Khadija Hamdi.

Non è la prima volta che Rabat ricorre agli omicidi mirati contro i leader saharawi: nel 2021, alcuni droni uccisero Eddah Al-Bendir, mentre nel 2023 un nuovo attacco eliminò quattro combattenti, tra cui il comandante Abba Ali Hamudi. I droni utilizzati da Rabat provengono per lo più da Turchia, Israele, Usa e Cina, che sono i principali fornitori dell’esercito marocchino. Negli ultimi anni, poi, Tel Aviv e Ankara hanno realizzato in territorio marocchino una fabbrica per produrre i loro velivoli senza pilota.

L’uccisione di Abdelziz è avvenuta proprio mentre l’inviato speciale delle Nazioni Unite per il Sahara Occidentale, Staffan de Mistura, visitava il campo profughi di Tindouf, quartier generale del Polisario nel sud-ovest dell’Algeria. Cercando di rilanciare il dialogo dopo mesi di stallo, De Mistura ha incontrato ad Oslo Massad Boulos, consigliere di Trump per gli affari africani e arabi, che spinge per chiudere un accordo che elimini quanto prima la “questione saharawi” favorendo il suo alleato.
I legami del regime marocchino con gli Stati Uniti e Israele sono sempre più forti. A maggio, per la prima volta, consiglieri e militari statunitensi hanno partecipato a El Aaiún  . la capitale, occupata, della Repubblica Saharawi – alle esercitazioni congiunte African Lion organizzate in Marocco.

A quel punto il Fronte Polisario ha lanciato un attacco di artiglieria contro una base militare marocchina a Esmara. Poco più di un’azione dimostrativa per reclamare un dialogo reale.

L’organizzazione indipendentista insiste sulla celebrazione di un referendum per l’autodeterminazione che non escluda nessuna opzione, sostenendo che anche se la risoluzione 2797 adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu il 31 ottobre 2025 afferma che “l’autonomia autentica” è l’obiettivo più realizzabile per una soluzione politica del conflitto, invita comunque le parti a «riavviare un processo politico senza precondizioni».
Il Marocco, nel frattempo, ha presentato ai suoi sponsor una nuova bozza del suo eventuale statuto di autonomia, che si rifà ai modelli di autogoverno adottati per la Scozia e l’Irlanda del Nord e per le Comunità Autonome spagnole.

Però Rabat ha già ottenuto nell’ottobre scorso dall’Onu che il mandato della Minurso scada dopo solo un anno, dopo il quale non è detto che verrà nuovamente prorogato. E comunque gli Stati Uniti stanno già riducendo il proprio personale dislocato nell’ambito della missione.
E la repressione e la colonizzazione accelerano.

Mentre Naama Asfari – noto attivista per i diritti umani condannato nel 2010 a 30 anni di carcere da un tribunale militare marocchino per aver organizzato delle manifestazioni a favore del diritto all’autodeterminazione – ha iniziato dieci giorni fa uno sciopero della fame, il regime marocchino sta trasformando il Sahara occidentale in una meta turistica, allo scopo di impossessarsene in maniera irreversibile e di ottenere il riconoscimento internazionale dell’assimilazione.

È soprattutto la città di Dakhla a essere oggetto di massicci investimenti turistici e ad attrarre un flusso di visitatori stranieri sempre più cospicui. Nella località affacciata sull’Atlantico si moltiplicano alberghi e resort di lusso in quella che i promoter definiscono “La Mecca degli sport acquatici”, windsurf in testa.
I depliant e i siti turistici definiscono Dakhla una città marocchina e ormai anche alcune compagnie aeree, come Ryanair e Transavia France, si sono adeguate, normalizzando l’occupazione presso gli investitori e il pubblico internazionale.

Mentre i pescherecci industriali di mezzo mondo saccheggiano il pescosissimo mare saharawi, all’interno, gli investitori si concentrano sui giacimenti di fosfati, tra i più importanti di tutta l’Africa. Nell’ambito del suo piano di “estrazione sostenibile” del gas, inoltre, in un progetto denominato Offre Maroc, Rabat ha recentemente assegnato dei territori ad alcune imprese straniere come la spagnola Acciona, le francesi Total Energies ed Engie e la saudita ACWA Power. Poco importa che il diritto internazionale consideri il Marocco una potenza occupante e proibisca di sfruttare economicamente un territorio occupato senza il consenso dei suoi rappresentanti.
Nel 2024 una sentenza della Corte di giustizia dell’UE ha dichiarato illegali gli accordi agricoli e di pesca firmati nel 2019 da Bruxelles con il Marocco; nonostante ciò, l’estrazione dei fosfati degrada i terreni e le falde acquifere sono messe in pericolo dalle attività delle imprese straniere.

Un’inchiesta realizzata dall’Istituto NOVACT per la Nonviolenza e l’Associazione Catalana degli Amici del Popolo Saharawi documenta l’intensificarsi delle rappresaglie contro attivisti, giornalisti e difensori dei diritti umani, attraverso lo “strangolamento economico” (licenziamenti e negazione di borse di studio universitarie), le “sparizioni forzate” (arresti segreti da parte di agenti di polizia in borghese) e i “maltrattamenti” inflitti ai prigionieri politici. Il documento descrive inoltre in dettaglio l’intensificarsi del blocco informativo, citando, ad esempio, l’espulsione di 329 osservatori internazionali dal 2014.

«Quelli che documentiamo sono tasselli di una strategia calcolata per rendere la vita insostenibile per il popolo saharawi nel proprio territorio» dice l’attivista saharawi Ghalia Djimi al quotidiano catalano La Vanguardia. La giurista, che fu sequestrata e fatta sparire dalle autorità marocchine tra il 1987 e il 1991, lamenta la complicità di «tutti i paesi alleati del Marocco di fronte all’occupazione e alla confisca delle terre». «Consentono che un popolo, la cui terra è ricca di pesce, fosfati e altri minerali, viva in povertà e costringono i nostri giovani a sopravvivere grazie alla carità europea», denuncia, riferendosi all’”emigrazione forzata” di migliaia di giovani verso le Isole Canarie o la Guyana francese. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria


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