Per la prima volta nella storia recente, le celebrazioni dell'Eid al-Fitr a Gerusalemme non hanno visto il consueto fiume di fedeli colorare i marmi della Cupola della Roccia. Al contrario, la festa che segna la fine del Ramadan si è trasformata in un teatro di scontro urbano, segnato dal fumo dei gas lacrimogeni e dal boato delle granate assordanti. Dall'inizio dell’attacco di Israele e Stati Uniti all'Iran, le autorità di occupazione israeliane hanno sigillato il complesso di Al-Aqsa per ventuno giorni consecutivi. Una chiusura totale che il Governatorato di Gerusalemme ha definito un’escalation "pericolosa e senza precedenti". Questa mattina, la polizia israeliana ha sbarrato ogni accesso, costringendo centinaia di palestinesi a stendere i propri tappeti da preghiera sull'asfalto, lungo le strade che portano alla Città Vecchia. I fedeli si sono radunati nei punti più vicini possibili al luogo sacro: Bab al-Amud (Porta di Damasco) e Bab al-Sahira (Porta di Erode) sono diventate moschee a cielo aperto sotto lo sguardo dei droni e delle pattuglie pesantemente armate. La risposta delle forze armate non si è fatta attendere: cariche e lanci di lacrimogeni per disperdere chiunque tentasse di avvicinarsi al perimetro. Tra i fedeli c’erano tanti bambini insieme ai propri genitori. Un uomo è stato arrestato in via Salahuddin, mentre la tensione saliva tra i vicoli che portano al terzo luogo santo dell'Islam. Per il Governatorato, l'obiettivo è chiaro: imporre una "nuova realtà" geopolitica, isolando definitivamente il cuore religioso della Palestina dal suo corpo sociale. Infatti, mentre il mondo guarda ai confini internazionali del conflitto, la Cisgiordania occupata vive una mutazione silenziosa ma radicale. Oltre le mura di Gerusalemme, la strategia...










