di Marco Santopadre*

Pagine Esteri, 23 luglio 2021 – Il 19 luglio Seleshi Bekele, ministro per l’acqua, l’irrigazione e l’energia di Addis Abeba, ha annunciato ufficialmente il completamento delle operazioni di riempimento del bacino in via di realizzazione sul Nilo Azzurro che da anni causa un serio conflitto tra l’Etiopia ed altri paesi dell’area.
Nel serbatoio idroelettrico della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) sono stati immessi, nel corso di pochi giorni, circa 13,5 miliardi di metri cubi d’acqua. Si tratta del secondo riempimento, assai più consistente rispetto a quello realizzato nel luglio dello scorso anno, pari a soli 5 miliardi di metri cubi.
La mossa di Addis Abeba, giunta al termine di un lungo braccio di ferro, rischia ora di inasprire ulteriormente la tensione tra i paesi lungo i quali scorrono i diversi affluenti del Nilo, in particolare con il Sudan – dove il Nilo Azzurro si unisce al Nilo Bianco – e l’Egitto, dove il Nilo sfocia nel Mediterraneo.
Il Cairo ha reagito con un comunicato del ministro dell’irrigazione Mohamed Abdel Aty in cui si denuncia «una violazione della legge e degli standard internazionali che regolano i progetti di costruzione su bacini condivisi di fiumi internazionali». Anche la ministra degli Esteri del Sudan ha denunciato una violazione del diritto internazionale e il «rischio di minaccia imminente».

Seleshi Bekele, ministro di acqua, energia e irrigazione in Etiopia

La “Diga della Rinascita”

L’inizio della realizzazione della Grande Diga della Rinascita Etiope risale al 2011, mentre al Cairo l’insurrezione di Piazza Tahrir metteva fine alla dittatura di Hosni Mubarak e apriva la strada alla vittoria elettorale dei Fratelli Musulmani, poi scalzati dal colpo di stato guidato dal generale Abdel Fattah al-Sisi.
Il sistema di dighe – che hanno creato un bacino di quasi 1900 km quadrati – e di centrali idroelettriche sorge a soli 15 km dal confine con il Sudan, nella regione nord-occidentale etiope di Benishangul-Gumuz.
Realizzata da un consorzio guidato dall’azienda italiana Salini Costruttori, la mastodontica opera è lunga quasi 1800 metri e alta 165, ed è costata finora circa 5 miliardi di dollari. Nonostante i ritardi – dovuti sia a difficoltà economiche e tecniche sia al contenzioso con i paesi confinanti – la grande opera è ormai completata all’80%: a regime la portata del bacino potrà arrivare a 73 milioni di metri cubi d’acqua, permettendo di produrre 15.000 gigawattora l’anno, con una potenza tra i 6000 e i 6500 megawatt, diventando così la più potente centrale idroelettrica del continente. I lavori dovrebbero concludersi tra il 2022 e il 2023, trasformando Addis Abeba in uno dei principali produttori di energia elettrica dell’Africa Orientale.

 

Le ragioni dell’Etiopia

Per l’Etiopia l’enorme infrastruttura è assolutamente centrale, e il pomposo nome che le è stato attribuito parla da solo. Il complesso permetterebbe a pieno regime di raddoppiare l’attuale capacità energetica del paese. Oggi, circa il 60% dei suoi 110 milioni di abitanti non ha accesso all’energia elettrica. Sarebbe una vera e propria rivoluzione che darebbe slancio all’economia, attirando investimenti interni e stranieri, e potrebbe ridurre considerevolmente la povertà che affligge decine di milioni di persone. Non stupisce che i titoli di stato emessi dall’Etiopia per finanziare la GERD siano così ambiti tra gli abitanti che possono permettersi di acquistarli. Nei periodi di surplus Addis Abeba potrebbe addirittura vendere l’elettricità ai vicini, magari a prezzo scontato, contribuendo al bilancio nazionale e favorendo il miglioramento delle relazioni con gli stati confinanti.
Inoltre l’enorme bacino permetterà di irrigare e rendere stabilmente fertili milioni di ettari di terre, attualmente aride o comunque soggette alle piene causate dalla stagione delle piogge. Al tempo stesso, l’imbrigliamento delle acque permetterebbe di ridurre sensibilmente i danni causati dalle cicliche alluvioni causate dallo straripamento del fiume, aumentando considerevolmente la disponibilità di cibo in un paese alle prese col cronico dramma delle carestie e della denutrizione.

 

Le ragioni di Egitto e Sudan

Se per l’Etiopia la GERD rappresenta una straordinaria opportunità di sviluppo e un motivo di orgoglio nazionale, i paesi a valle la considerano una sciagura, o comunque un pericolo per gli effetti nefasti che potrebbe produrre sul flusso d’acqua che attraversa il Sudan e poi l’Egitto, da sempre fonte di vita e di ricchezza.
L’approvvigionamento idrico dell’Egitto, paese prevalentemente desertico con più di 100 milioni di abitanti, dipende al 90% dalle acque del grande fiume; se l’attuale portata del Nilo dovesse calare a causa del GERD le conseguenze sull’agricoltura, sulla fornitura di acqua potabile alla popolazione, sulla produzione di energia elettrica e sulla pesca potrebbero essere disastrose.
Il governo etiope afferma che la sua diga aumenterà e non diminuirà il flusso d’acqua, diminuendo l’evaporazione che attualmente avviene nel Lago Nasser, il bacino artificiale che gli egiziani hanno realizzato per alimentare le centrali collegate alla diga di Assuan. Ma lo scorso anno, dopo il primo riempimento della Diga della Rinascita, nella capitale del Sudan – una città di quasi 5 milioni di abitanti – fu registrata una contrazione significativa della disponibilità di acqua.
Di qui i forti timori dell’Egitto, il cui 95% della popolazione vive sulle sponde o nella zona del delta del Nilo. Il regime egiziano utilizza il conflitto con l’Etiopia per fini propagandistici interni e per alimentare il collante nazionalista, ma è pur vero che, secondo vari studi, il riempimento della Gerd potrebbe causare in Egitto un calo del flusso idrico tra il 14 e il 40% e una perdita di terre coltivabili compresa tra il 18 e il 50%, mettendo a rischio fino a un milione di posti di lavoro. Si tratterebbe di una catastrofe e di un fattore detonante in grado di destabilizzare rapidamente Egitto e Sudan sia al punto di vista sociale che politico.

 

Scontro di civiltà

Oltre allo scontro materiale, legato alle conseguenze naturali ed economiche della grande diga, tra Egitto ed Etiopia è inoltre in corso una vera e propria guerra di civiltà.
Per l’Egitto il Nilo rappresenta la grandezza e la profondità storica di un impero, quello dei Faraoni, che per molti secoli ha esercitato un dominio incontrastato su una porzione consistente dell’Africa e del Mediterraneo. Per gli egiziani e i politici che li guidano, il Nilo stesso – vissuto come una proprietà esclusiva – è sinonimo di civiltà.
Per l’Etiopia l’enorme diga costituisce invece, oltre ad un enorme motivo di orgoglio nazionale e ad una fondamentale opportunità di sviluppo economico, civile e politico, anche uno strumento di riscatto storico e di affermazione delle proprie ambizioni regionali. Addis Abeba spera che la imponente infrastruttura permetta al paese erede dell’impero del Negus di recuperare un ruolo di primo piano nella regione e chissà, magari di conquistarne uno di rilievo a livello internazionale.

 

Il lungo braccio di ferro e la politica del fatto compiuto

Non stupisce che la diga sia al centro di una controversia, che vede l’Egitto e l’Etiopia come protagonisti e altri comprimari schierati con l’uno o con l’altro paese, che dura ormai da anni e si complica con il passare del tempo.
Il Cairo non pretende l’azzeramento dell’infrastruttura, ma una sua realizzazione assai più graduale e una gestione condivisa. Addis Abeba risponde rivendicando la sua piena sovranità e l’urgenza di riempire al più presto il bacino idrico per avviare quanto prima la produzione di elettricità. Tutti i tentativi di mediazione realizzati nell’ultimo anno si sono conclusi con un buco nell’acqua, agevolando di fatto l’Etiopia che ne ha approfittato per portare a termine il secondo consistente riempimento della diga e mettere Egitto e Sudan davanti al fatto compiuto.
A inizio luglio una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, convocata appositamente per affrontare il dossier, si è conclusa solo con una generica disponibilità a patrocinare ulteriori colloqui sotto l’egida della sola Unione Africana, come richiesto dall’Etiopia. Da parte loro, invece, Egitto e Sudan chiedono una maggiore internazionalizzazione e il coinvolgimento delle Nazioni Unite ma anche degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e dell’Unione Africana. Anche la Lega Araba è intervenuta con una dichiarazione a favore delle rivendicazioni del Cairo e di Khartum.
Prima della riunione del Consiglio di Sicurezza, la Tunisia aveva presentato una proposta diretta a trovare un accordo vincolante per un periodo di almeno sei mesi e che chiedeva esplicitamente all’Etiopia di “astenersi dal continuare a riempire unilateralmente” la diga. Ma la proposta non è stata messa ai voti, segnando un ulteriore punto a favore di Addis Abeba che pochi giorni dopo ha proceduto al secondo riempimento.
Da sottolineare le difficoltà della Russia nel gestire il proprio posizionamento nel contenzioso, che tenta da anni inutilmente di stemperare offrendo la sua infruttuosa mediazione. Mosca, infatti, intrattiene ottime relazioni sia con l’Egitto sia con l’Eritrea, e soprattutto sta cercando di ottenere da Khartum un ‘si’ definitivo alla creazione di una strategica base navale sul Mar Rosso. E proprio la ministra degli Esteri sudanese, Mariam Sadiq al Mahdi, ha invitato recentemente il governo russo, in occasione di un incontro col suo omologo Sergej Lavrov, a premere sull’Etiopia per favorire il raggiungimento di un compromesso che soddisfi le richieste di tutti gli attori in campo.
Ancora meno risolutivo il ruolo statunitense, con Trump che aveva ridotto gli aiuti all’Etiopia considerandola responsabile del fallimento dei tentativi di mediazione e la nuova amministrazione Biden che ha alzato considerevolmente i toni contro Addis Abeba dopo l’inizio del conflitto nel Tigray.

Mariam Al-Sadiq Al-Mahdi, Ministra per gli affari Esteri del Sudan

La manovra a tenaglia del Cairo

Nell’ultimo anno, la strategia del Generale al Sisi ha puntato decisamente sulla tessitura di una vasta rete di accordi militari con vecchi e nuovi partner al fine di rafforzare il ruolo regionale del Cairo e isolare l’Etiopia di Abiy Ahmed Ali.
Nel corso della primavera gli emissari di al-Sisi hanno visitato diversi paesi dell’area per stringere alleanze in funzione antietiope e stipulare accordi di cooperazione militare, di intelligence ed economici. Tra i paesi coinvolti finora figurano il Ruanda, il Kenya, il Burundi, l’Uganda e il Sudan; con le forze armate di questi paesi, situati nel Corno d’Africa e nell’Africa orientale,
l’esercito del Cairo ha inoltre iniziato a svolgere manovre militari congiunte. Nella stessa strategia di accerchiamento di Addis Abeba va inquadrato anche il viaggio del presidente egiziano nel piccolo ma strategico Gibuti alla fine di maggio, anche in questo caso per proporre un rafforzamento delle relazioni bilaterali e della cooperazione militare e di sicurezza. Recentemente Il Cairo ha rafforzato le pressioni anche nei confronti della Repubblica Democratica del Congo e della Tanzania.

La diplomazia egiziana si è dedicata soprattutto a convincere il Sudan ad entrare nell’alleanza contro Addis Abeba. L’accordo è stato suggellato il 6 marzo, quando il presidente egiziano ha compiuto una visita in Sudan accompagnato da una delegazione di alto livello, incontrando il generale Abdel Fatah al Burhan, presidente del Consiglio militare di Transizione, di fatto il governo del paese, e il primo ministro, il generale Mohamed Daklu. Pochi giorni prima Egitto e Sudan avevano firmato un accordo di cooperazione militare che include attività di formazione, addestramento e scambio di esperienze e prevede lo svolgimento di esercitazioni congiunte, la “riabilitazione” e il controllo delle frontiere e la condivisione di esperienze militari e di sicurezza.

A riavvicinare i due paesi dopo alcuni anni di relazioni fredde ci hanno pensato la situazione in Libia e soprattutto le tensioni originate dalla gestione delle acque del Nilo. Negli anni scorsi Addis Abeba ha tentato di placare le ire di Khartum attraverso alcuni accordi per la concessione di energia elettrica a prezzo di favore, ma negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli scontri in alcune aree di confine tra Sudan ed Etiopia, in particolare nel “triangolo di Fashqa” rivendicato e più volte occupato dalle forze di Addis Abeba. Il governo di Khartum ha anche accusato quello etiope di aver fornito armi e munizioni ad un gruppo ribelle al fine di destabilizzare alcuni territori dello Stato del Nilo Azzurro.
Dopo aver allontanato Khartum da Addis Abeba, al-Sisi sta ora cercando di fare lo stesso con il Sud Sudan, con il quale l’Egitto ha stretto a fine giugno un accordo per la costruzione della diga di “Wau” sul fiume Siwa, uno dei rami principali del fiume Jur. L’accordo, firmato durante la visita del ministro egiziano dell’Irrigazione a Juba, mira a generare 10 megawatt di elettricità e a fornire acqua potabile a 500 mila persone, oltre a permettere di irrigare stabilmente vasti appezzamenti di terreno e ad impedire le inondazioni di un certo numero di villaggi.
Alla manovra a tenaglia del Cairo, Addis Abeba cerca di oppore un blocco regionale per ora assai più contenuto, che finora sembrava annoverare anche il Sud Sudan e che comprende l’Eritrea di Isaias Afewerki e la Somalia, paese in cui è presente un numeroso contingente di truppe etiopi a difesa del governo contro alcune fazioni ribelli e i jihadisti.

Operai a lavoro per la costruzione della GERD

L’opzione militare

Nei mesi scorsi la situazione si era fatta così tesa che la visita di Al Sisi a Khartum aveva alimentato speculazioni su una possibile e imminente azione militare congiunta dei due paesi contro l’Etiopia. Ora l’atto unilaterale di Addis Abeba potrebbe condurre l’escalation oltre il punto di non ritorno. Basti vedere lo schieramento di truppe etiopi attorno alla diga e ai cantieri ancora aperti per comprendere il livello di tensione esistente tra i paesi coinvolti,

Nonostante le continue dichiarazioni in senso contrario dei governi coinvolti, infatti, l’opzione militare rimane sullo sfondo, e soprattutto Il Cairo ha aumentato i toni della polemica e ci ha tenuto a mostrare più volte i muscoli. D’altronde la potenza militare egiziana, in termini di mezzi e uomini e di capacità offensive, è nettamente superiore a quella etiope.

Più volte, recentemente, le forze armate egiziane hanno partecipato ad esercitazioni militari congiunte con quelle sudanesi, realizzate ad esempio durante le manovre denominate “Protettori del Nilo”. Ad aprile, inoltre, si erano già tenute manovre congiunte, questa volta delle due aviazioni militari, ribattezzate “Nile Eagle 2″.

In numerosi interventi, ormai, le autorità egiziane e quelle sudanesi hanno preso a definire le risorse idriche una questione “di sicurezza nazionale”.
«La nostra acqua è una linea rossa e toccarla comprometterebbe la stabilità dell’intera regione» ha avvisato al-Sisi, il quale ha avvisato: «I nostri fratelli etiopi non devono toccare una sola goccia dell’acqua che spetta all’Egitto, perché tutte le opzioni sono aperte».
A fine giugno, poi, il capo di Stato maggiore delle Forze Armate egiziane, il generale Mohamed Farid, ha realizzato un nuovo tour nella Repubblica Democratica del Congo e in Sudan, durante il quale ha discusso con i propri interlocutori proprio dei recenti sviluppi del dossier GERD.

https://globalriskinsights.com/2021/01/water-security-and-the-gerd-is-conflict-brewing-on-the-nile/

https://www.bbc.com/news/world-africa-56799672

https://www.agi.it/estero/news/2021-04-08/scontro-etiopia-egitto-sudan-diga-nilo-azzurro-12083350/

https://www.huffingtonpost.it/entry/la-diga-sul-nilo-che-separa-guerra-e-pace_it_608162fee4b0d405020d5247

 

 

 

* Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nordafrica. Scrive tra le altre cose di Spagna e Catalogna.

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