di Valeria Cagnazzo

Pagine Esteri, 28 marzo 2022 – Quando all’inizio di marzo il presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko, davanti a una mappa che doveva illustrare le direttrici dell’attacco della Russia in Ucraina, ha disegnato col dito una linea che portava alla Moldavia passando attraverso la regione della Transnistria, il governo moldavo ha avuto un sussulto di paura e ha ribadito la sua richiesta di adesione all’Unione Europea. Il ministro degli Esteri moldavo, Nicu Popescu, ha ammesso “Siamo il vicino più fragile dell’Ucraina e la nostra situazione è complicata su tutti i fronti possibili”. La Transnistria, una striscia di terra compresa tra l’Ucraina e la Moldavia, è comprensibilmente in questo momento fonte di serie preoccupazioni per la stabilità del governo di Chisinau.



Il territorio potrebbe, infatti, essere sfruttato dalle truppe di Putin per attaccare l’Ucraina anche da Ovest, puntando dritto alla vicina Odessa. In Transnistria, d’altronde, le truppe russe sono già presenti da trent’anni, ufficialmente come forze di pace, ma diverse fonti hanno riferito che il contingente sia stato impegnato nell’ultimo periodo in sospette esercitazioni militari.

La regione della Transnistria appartiene ufficialmente alla Moldavia. De facto, si tratta di una Repubblica autoproclamatasi indipendente nel 1990 e non riconosciuta da nessun Paese membro dell’Onu. Il legame con la Russia è fortissimo. L’ultima richiesta al governo moldavo di ufficializzare l’indipendenza transnistriana risale appena al 4 marzo scorso, ed è rimasta inascoltata.

Nella capitale amministrativa della Transnistria, Tiraspol, la piazza centrale è dominata da una colossale statua di Vladimir Lenin. Poco distante, il monumento di un carro armato russo ricorda la guerra del ’92. Il 2 settembre del 1990, la piccola regione della Transnistria, a prevalenza russofona, in seguito a un referendum in cui con un plebiscito la popolazione si era detta favorevole all’indipendenza, si autoproclamò Repubblica Sovietica Pridnestrova di Moldavia. Si distaccava quindi, o meglio queste erano le sue intenzioni, dalla repubblica moldava alla quale apparteneva e che si stava sempre più allontanando dall’Unione Sovietica per avvicinarsi all’Occidente. Aveva addirittura abolito il russo come lingua ufficiale – provocando malcontento nei transnistriani. L’indipendenza della Transnistria, tuttavia, non fu riconosciuta dalla Moldavia e infiammò tensioni tra i due territori che sfociarono infine in una guerra.

Il conflitto scoppiò il primo marzo del ’92 e durò per quattro mesi: la Moldavia era sostenuta dalla Romania e i secessionisti della Transnistria erano appoggiati dagli Ucraini. Il conflitto si concluse con un bilancio di circa 4.000 morti e la repubblica indipendente transnistriana rimase priva di riconoscimento esterno, ad eccezione di quello russo. Tra Moldavia e Transnistria fu istituita una zona di sicurezza controllata da una forza di pace costituita da militari russi, moldavi e transnistriani.

Il “corpo di pace” russo stanziato da allora nella regione è noto come “Operational Group of Russian Forces (Ogrf)”: oltre 1200 soldati russi in tutto, divisi tra circa 500 uomini impegnati nella missione di pace e altri 700 posti a presidiare un deposito di una mole compresa tra le 25 e le 40 mila tonnellate di materiale bellico. Si tratterebbe di uno dei più consistenti depositi di munizioni dell’Europa orientale. Non è solo la presenza militare russa, tuttavia, a legare la Transnistria a doppio filo con Mosca.

Con una popolazione di mezzo milione di abitanti in 400 chilometri quadrati, la Transnistria è tra i territori non riconosciuti più densamente popolati al mondo. La maggioranza dei Transistriani è russofona e guarda a Mosca con nostalgia. Il 97% della popolazione della piccola repubblica nel 2006 votò a favore di un ritorno alla federazione russa. Persino nella bandiera, questo piccolo territorio continua a rivendicare il suo attaccamento al passato: è l’unica repubblica rimasta a conservare nel suo stemma la stella, la falce e il martello. Con una distanza di soli 100 chilometri da Odessa, in Ucraina, e di 190 chilometri dalla Romania, membro UE e Nato, la piccola Transnistria potrebbe effettivamente essere l’ultimo avamposto di Putin davanti alla minaccia occidentale, nella rispolverata politica dei poli contrapposti.

Quello dei transnistriani non è soltanto un legame romantico con il Cremlino. La regione dipende, infatti, dagli aiuti economici di Mosca. Il 20% delle pensioni, ad esempio, sono pagate proprio dalla Russia. Il gas russo è venduto alla Transnistria a prezzi estremamente calmierati. Prima della guerra in Ucraina, ingenti somme di denaro venivano trasferite dalla Russia alle famiglie della Transnsitria. L’invasione dell’Ucraina ha congelato questi rapporti economici e il territorio si trova adesso in difficoltà: è sospeso il pagamento delle pensioni, i prezzi sono aumentati, il denaro russo non arriva più perché la Russia è stata estromessa dal sistema Swift.

 

Vista la sua dipendenza da Mosca, l’ipotesi di un intervento russo in Transnsitria per arrivare a Odessa non sembrerebbe dunque così azzardata. L’occasione potrebbe forse determinare la definitiva adesione della regione alla federazione russa. La Transnistria, tuttavia, è anche terra di contraddizioni, che rendono questo scenario più complesso.

Circa un quinto della popolazione transnistriana ha la cittadinanza ucraina. Almeno un terzo degli abitanti della Transnistria, inoltre, sono di origine ucraina. Nonostante le nostalgie filorusse di questo pezzo di terra, dallo scoppio della guerra il 24 febbraio scorso sono molti gli abitanti della regione che stanno assistendo con dolore e impotenza alla fuga di parenti e amici residenti in Ucraina.

Oltre diecimila sono, inoltre, i profughi ucraini già arrivati in Transnistria. Ad accoglierli, sono associazioni private: le ONG internazionali impegnate, infatti, nel soccorso dei profughi ucraini in Moldavia e nei Paesi limitrofi in Transnistria non possono accedere, a causa dell’isolamento al quale è sottoposta la regione dai tempi della sua indipendenza. Il flusso di persone in fuga dalla guerra è ininterrotto, e la Transnistria si ritrova ad essere la prima destinazione possibile oltre il confine. Molti si fermano qui – dove hanno spesso familiari o conoscenti disposti ad accoglierli. Nonostante i sentimenti filorussi, molti transnsitriani stanno unendo le forze nel soccorso di chi arriva dalla frontiera. E’ il caso, ad esempio, dell’associazione “My ryadom” (“Vi siamo vicini”), costituita da volontari impegnati nell’accoglienza dei profughi e ospitata nella sede di Obnovlenie, un partito moderato ma indipendentista e filorusso. Una delle tante contraddizioni che, però, in questi giorni concitati di emergenza passa come le altre in secondo piano.

Il paradosso transnistriano non è solo umano e sociale: se è vero che la Transnistria non esisterebbe senza gli aiuti finanziari che fino a febbraio le sono arrivati dalla Russia, negli ultimi tempi la repubblica si è progressivamente avvicinata anche all’Europa. I Paesi dell’Unione Europea sono diventati in questi anni la prima destinazione delle esportazioni della Transnsitria, e i traffici di merci dalla regione alla UE sono raddoppiati nell’ultimo anno.

Il vero pilastro dell’economia transnistriana, inoltre, è la Sheriff, un gruppo di compagnie commerciali che si occupano di vendita al dettaglio di qualsiasi bene, dal cibo alle automobili al carburante, dai farmaci agli alcolici, ma che comprendono anche il settore delle comunicazioni, dei media, banche e assicurazioni. Il suo proprietario, il magnate filorusso Victor Gusan, possiede un passaporto moldavo, uno russo e uno ucraino. Nonostante le sue simpatie politiche, infatti, Gusan ha aziende anche in Moldavia e in Ucraina e importanti rapporti economici con l’Unione Europea. Se la Russia dovesse invadere e annettere la Transnistria, la Sheriff dovrebbe rinunciare ai suoi interessi in UE e questo potrebbe portarla in breve tempo al tracollo. Secondo gli abitanti della regione, tra l’altro, la qualità della vita è migliorata nell’ultimo decennio: sono sorti hotel di lusso, caffè, ristoranti, grazie agli investimenti e ai rapporti con l’Occidente. E’ difficile adesso immaginare di poter rinunciare a questa speranza di benessere in nome della fedeltà al Cremlino: la società transnistriana è spaccata.

Dall’altra parte poi c’è la Moldavia, alla quale la Transnistria appartiene de iure, che preme per entrare nell’Unione Europea – ma non nella Nato. La costituzione moldava, infatti, impone al Paese la neutralità nelle divergenze tra i due poli, e anche in queste settimane il governo di Chisinau si è trovato a ribadire più volte il disinteresse dei moldavi per l’ingresso nell’alleanza atlantica. L’ex repubblica sovietica, tuttavia, guarda sempre con maggior interesse all’Occidente. A guidare il Paese è Maia Sandu, portavoce di questo sentimento filo-europeo, che ha vinto le elezioni del 2020 con il suo partito pro-UE. Almeno due terzi della popolazione moldava, secondo i recenti sondaggi, sarebbero a favore dell’ingresso del Paese nell’Unione Europea.

Sarebbe l’ennesima rottura di una repubblica dell’ex-URSS con la Russia, che si tiene per questo ben stretta la piccola regione della Transnistria. Il rischio che il conflitto arrivi in quest’area, che non si può del tutto definire una zona cuscinetto, è alto, talmente alto che il governo moldavo è costretto a lanciare le mani avanti per difendersi prima di essere attaccato: “Non vediamo alcun motivo per cui la Moldavia sia coinvolta nei combattimenti”, ha dichiarato il ministro degli Esteri Popescu. “Siamo un Paese neutrale. Non abbiamo fatto nulla che giustifichi un attacco”. La minaccia, tuttavia, c’è, e la presenza delle truppe russe di stanza in Transnistria la rende più tangibile. Se i russi dovessero portare la guerra anche in quest’area, secondo gli analisti la reazione più ragionevole della Moldavia, già tra i Paesi più poveri d’Europa, per evitare la catastrofe, potrebbe essere quella di rinunciare definitivamente alla Transnistria e rivolgersi all’UE – e anche alla Nato. Per la Transnistria, tuttavia, questa spaccatura equivarrebbe alla completa rottura dei suoi rapporti economici con i Paesi UE, non soltanto del residuo di cordone che la lega a Chisinau.

 

Nonostante un’affiliazione ideologica alla Russia, dunque, per la piccola repubblica della Transnistria non è facile schierarsi a favore dell’una o dell’altra forza in campo. Il presidente della Transnistria, Vadim Krasnoselsky, che tra l’altro è di origini ucraine, non ha né appoggiato né condannato la strategia di Putin. Ha parlato di guerra “tragica” e ha definito la situazione in Ucraina “spiacevole”, ma non ha accusato il Cremlino – né avrebbe probabilmente potuto farlo. Al tempo stesso, anche un aperto sostegno nei confronti di Mosca avrebbe ripercussioni economiche e sociali sulla piccola regione, che già versa in grave crisi a causa della guerra in Ucraina.  Mani legate, la piccola repubblica autoproclamata si trova presa tra due fuochi: da un lato la “madre Russia”, con il suo gas e le sue pensioni, che in qualsiasi momento potrebbe riscattarla e allargare lo scacchiere del conflitto. Dall’altra, la Moldavia, vale a dire l’Unione Europea, l’Occidente delle esportazioni e dei fondamentali scambi commerciali, una tiepida speranza di maggiore stabilità economica. «Certo, se i russi si presentassero dai transnistriani dicendo che gli devono un favore, sarebbe difficile dire di no», ha spiegato a Defense News Thomas de Waal, analista esperto di Europa orientale per il Carnegie Europe. Ma in questa guerra, come in tutte le guerre, non bisogna mai dare niente per scontato.