Donald Trump ha deciso di chiamarlo Board of Peace. Ma la struttura annunciata dalla Casa Bianca per la gestione della Gaza del dopoguerra è costruita attorno a politici conservatori statunitensi, grandi investitori, costruttori e figure strettamente legate alla rete trumpiana e ai rapporti con Israele, con un’impostazione che intreccia sicurezza, ricostruzione e affari. Il board, presieduto dallo stesso Donald Trump, dovrebbe sovrintendere alla fase postbellica della Striscia attraverso una serie di organismi esecutivi e una forza internazionale di stabilizzazione.
Il Comitato esecutivo include Marco Rubio, segretario di Stato e volto della linea repubblicana più allineata a Israele; Steve Witkoff, emissario di Trump e imprenditore immobiliare; Jared Kushner, genero del presidente, ex consigliere della Casa Bianca, anche lui imprenditore immobiliare; e Tony Blair, ex primo ministro britannico. Con loro siedono l’uomo d’affari miliardario Marc Rowan, amministratore delegato del fondo Apollo Global Management, Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale, e Robert Gabriel, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale. La composizione del board, come osservato da più testate internazionali, riflette una netta prevalenza di finanza globale, grandi interessi economici e potere politico occidentale, a fronte dell’assenza di una rappresentanza palestinese con mandato politico.
La presenza di Tony Blair è una delle più controverse. Blair, che da primo ministro laburista guidò il Regno Unito nella guerra del 2003 contro l’Iraq a fianco degli Stati Uniti, è una figura che in Medio Oriente continua a suscitare forti resistenze politiche e diplomatiche. Secondo quanto riportato dal Financial Times e ripreso da Al Jazeera e dal Guardian, diversi Stati arabi avevano espresso obiezioni alla sua inclusione in un ruolo di primo piano nel board, ritenendo ancora aperta la ferita dell’invasione che portò alla caduta di Saddam Hussein. Il Financial Times aveva scritto che il suo nome sarebbe stato ritirato silenziosamente dalla lista dei candidati a una posizione guida, lasciando intendere che Blair potesse restare, al massimo, in un ruolo marginale. Nonostante queste indiscrezioni, la Casa Bianca ha confermato la sua nomina nel Board of Peace, chiarendo però che non ricoprirà una posizione di vertice, ma farà parte dell’organismo in una funzione non dirigente.
Nella struttura del Board of Peace il tycoon ha inoltre nominato come consiglieri Aryeh Lightstone e Josh Gruenbaum, incaricati di seguire la strategia quotidiana e le operazioni dell’organismo. Rabbi Aryeh Lightstone è un leader religioso ebraico, imprenditore e consulente politico statunitense, nominato nell’aprile 2017 consigliere dell’ambasciatore statunitense in Israele David Friedman. Ha portato un’impostazione dichiaratamente manageriale ed economica anche nei programmi educativi e religiosi da lui diretti. Nel corso degli anni, le sue iniziative hanno ottenuto il riconoscimento diretto dell’ufficio del primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu.
Nei documenti e nelle ricostruzioni della stampa internazionale viene citata anche una platea più ampia di leader e figure politiche internazionali che l’amministrazione Trump avrebbe sondato o invitato a prendere parte, a vario titolo, al progetto del Board of Peace. Oltre ai membri già nominati, tra i nomi evocati compare ancora quello di Jared Kushner, indicato come perno informale dei contatti politici ed economici con i governi alleati, e quello del presidente argentino Javier Milei, considerato da Washington un interlocutore ideologicamente affine e potenzialmente integrabile nei forum di sostegno politico ed economico alla ricostruzione. Anche i Paesi mediatori sono stati invitati a partecipare, anche se a un livello più rappresentativo e onorario che pratico. Oltre a Egitto e Qatar, dovrebbe esser presente anche la Turchia, che Israele ha tentato in tutti i modi di escludere. L’obiettivo sarebbe quello di costruire attorno al “Comitato di pace” una cornice internazionale di governi amici, più che un organismo multilaterale in senso classico, capace di garantire copertura politica, investimenti e legittimazione esterna a una governance della Striscia disegnata fuori da Gaza.
Accanto al board centrale, Washington ha annunciato un’altra struttura, la Gaza Executive Committee con funzioni di coordinamento regionale, umanitario e diplomatico. Ne faranno parte Hakan Fidan, ministro degli Esteri turco; Ali bin Ahmed Al Kuwari, ministro delle Finanze del Qatar; Hassan Rashad, capo dell’intelligence egiziana; Reem Al Hashimy, ministra per la Cooperazione internazionale degli Emirati Arabi Uniti; Sigrid Kaag, ex coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite; e Nickolay Mladenov, già inviato speciale Onu per il Medio Oriente. Tra questi compare anche Yakir Gabay, uomo d’affari israeliano attivo nel settore immobiliare e infrastrutturale, unico rappresentante esplicitamente proveniente dal mondo imprenditoriale israeliano all’interno dell’assetto annunciato.
A Mladenov è affidato anche il ruolo di alto rappresentante sul campo, incaricato di fungere da cerniera tra il Board of Peace, il comitato tecnocratico palestinese e gli attori regionali coinvolti nella ricostruzione. Il mandato, secondo le fonti citate, riguarda la supervisione amministrativa e il coordinamento civile, senza competenze su sicurezza o relazioni politiche esterne.
Sul piano militare e della sicurezza, l’amministrazione Trump ha nominato il generale statunitense Jasper Jeffers alla guida della forza internazionale di stabilizzazione (Isf), incaricata di garantire l’ordine pubblico, la sicurezza dei corridoi umanitari e il supporto logistico nella fase di transizione. Jasper Jeffers è stato vicedirettore per le operazioni speciali e l’antiterrorismo, impiegato negli attacchi militari statunitensi all’Iraq e all’Afghanistan. Secondo quanto riportato dal Guardian, la forza non avrà formalmente un mandato di combattimento, ma opererà in stretto coordinamento con Israele e con i partner regionali.
La gestione della vita quotidiana nella Striscia dovrebbe invece essere affidata alla National Committee for the Administration of Gaza, un organismo tecnocratico palestinese guidato da Ali Sha’ath, con competenze limitate ai servizi essenziali, alle infrastrutture e all’amministrazione civile. Il comitato opererà sotto la supervisione del Board of Peace, senza autonomia politica e senza controllo sugli apparati di sicurezza.
L’architettura delineata dalla Casa Bianca concentra così ricostruzione, sicurezza e direzione politica in un sistema multilivello guidato da Washington, dominato da interessi economici e figure politiche occidentali, mentre il nodo dello status politico di Gaza e della rappresentanza palestinese resta fuori dai documenti che accompagnano la nascita del Board of Peace.
Esiste una possibilità reale che il meccanismo ideato da Trump verrà ricostruito e proposto anche in altri scenari di conflitto internazionale, con l’obiettivo di affiancare o addirittura di sostituire i meccanismi umanitari sovranazionali delle Nazioni Unite.

















