Le ultime dichiarazioni del comandante in capo delle Forze democratiche siriane (SDF, guidate dai curdi) Mazlum Abdi sembrano dirigersi verso una posizione di mediazione rispetto agli episodi di violenza che proseguono nelle zone orientali della città di Aleppo. In una nota emessa ieri dal press center delle SDF si legge  “A seguito delle richieste di nazioni amiche e mediatori, e nella nostra dimostrazione di buona fede nel completare il processo di integrazione e nel rispettare i termini dell’accordo del 10 marzo, abbiamo deciso di ritirare le nostre forze domani mattina (oggi per chi legge) alle 7:00 dalle attuali linee di contatto a est di Aleppo, sotto attacco da due giorni, e di ridistribuirle nelle aree a est dell’Eufrate”.

Le dichiarazioni di Abdi sono giunte dopo settimane di scontri, proseguiti nonostante le affermazioni ufficiali del governo siriano su un presunto processo di normalizzazione in corso nell’area.

Le notizie provenienti dalle zone nord orientali di  Aleppo riferivano di scontri e violenze ancora in corso tra le milizie sostenute da Damasco e le forze curde. Gli ultimi sono stati giorni di combattimenti particolarmente aspri con gravi violazioni dei diritti umani nei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, attribuite a milizie filo-turche. Secondo fonti locali, tali operazioni avrebbero causato l’uccisione indiscriminata di civili e attacchi contro ospedali e centri di accoglienza destinati alla popolazione in fuga dai bombardamenti.

Il 14 gennaio i combattimenti si sono estesi anche alla zona orientale della città. L’esercito siriano ha intimato ai civili di evacuare alcune aree del governatorato rurale di Aleppo e ha poi accusato le SDF di aver concentrato le proprie truppe nella zona, in particolare, nelle aree di Deir Hafer e Maskana, dichiarate  “aree chiuse” dal governo di Damasco e trasformate in zone militari, con l’invio di rinforzi.

Le immagini giunte dal fronte, hanno mostrato migliaia di soldati delle forze governative mentre pregano lungo un’autostrada durante l’avanzata verso Deir Hafer.  Altre immagini documentano convogli pesantemente armati che trasportano truppe e armamenti, rafforzando l’impressione di una vasta operazione militare in preparazione.

Alla luce degli sviluppi degli ultimi giorni, il governo di transizione siriano è apparso sempre più orientato a un confronto militare nelle aree sotto controllo delle SDF, piuttosto che a un percorso di mediazione politica. Nonostante il tentativo del autoproclamato presidente siriano Ahmed Al-Sharaa di indirizzare la narrazione politica verso una linea moderata, come emerso durante un’intervista rilasciata all’emittente TV Shams, nella quale ha dichiarato  che i diritti del popolo curdo sarebbero inclusi nello statuto della nuova Costituzione siriana. Nella stessa intervista, Al-Sharaa ha spiegato che l’operazione a Sheikh Maqsoud era stata condotta dopo l’evacuazione di oltre il 90% dei civili, con corridoi sicuri garantiti in conformità con il diritto internazionale e al minor costo possibile.

Le immagini provenienti dai quartieri a maggioranza curda di Aleppo, tuttavia, sembrano contraddire questa versione.

Video diffusi dalle forze curde mostrano scene scioccanti, tra cui l’esecuzione a sangue freddo di una donna,  membro delle forze di sicurezza interna, il cui corpo è stato successivamente gettato dai piani superiori di un edificio. Le forze curde hanno definito l’atto “selvaggio” e indicativo di un “totale disprezzo per l’umanità e per le leggi di guerra”.

Parallelamente, nei giorni successivi, hanno iniziato a circolare le immagini e i nomi di chi, nonostante le violenze nei quartieri di Aleppo, ha scelto di rimanere e combattere. Donne e uomini definiti “martiri” dai propri compagni, ricordati in manifestazioni in tutto il Rojava, soprattutto a Qamishile: Deniz Ciya, Hewer, Ferasin, Dilbirin, Rojbin, Ziyad, Gerla, Leyala, i nomi di coloro che il popolo curdo sta ricordando con gli onori che si riservano ai combattenti, mentre la tensione continuava a restare alta.

Mercoledì scorso, nelle aree di Deir Hafer e Maskana, l’esercito siriano ha intimato alle SDF di ritirarsi sulla sponda orientale del fiume Eufrate,  mentre le forze curde hanno riferito  di aver respinto un tentativo di incursione da parte di fazioni affiliate al governo di Damasco lungo la strada che conduce al villaggio di Zubaida, nella campagna meridionale di Deir Hafer costringendo gli aggressori alla ritirata, nonostante l’uso di droni durante gli attacchi, da parte delle milizie affiliate all’esercito.

In un comunicato, l’SDF Media Center ha denunciato che i cieli sopra Deir Hafer e Maskana sono stati attraversati da voli di droni turchi Bayraktar, in concomitanza con movimenti sospetti di gruppi armati affiliati a Damasco. L’impiego di droni di fabbricazione turca era già stato denunciato durante i bombardamenti a Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, alimentando il timore di un’ingerenza straniera, in particolare da parte della Turchia.

Secondo fonti locali, questa escalation potrebbe essere parte di una strategia volta a colpire le roccaforti curde nell’area di Aleppo e imporre un cambiamento demografico nell’intera area, come era già avvenuto nel nord-ovest della Siria nel 2018. Del resto le dichiarazioni dei massimi esponenti del governo turco sembrano più inclini ad una posizione di “ultimatum”, piuttosto che percorrere la strada volta a sostenere e ampliare il percorso negoziale fra i curdi e il governo di Damasco. Il cuore della contesa, utilizzato in maniera strumentale sia dal governo ad interim siriano sia dall’alleato turco, sarebbe il mancato rispetto della scadenza del 31 dicembre come termine ultimo per l’annessione delle forze curde all’interno dell’esercito regolare siriano, una data che appare sempre più evocata come pretesto per inasprire le violenze.

Scontri sono stati segnalati anche nei pressi della diga di Tishreen, area già teatro di battaglie nel settembre 2025, che avevano portato alla chiusura per mesi della strada tra Aleppo e Raqqa, in cui sarebbero stati lanciati ripetuti attacchi con l’utilizzo di droni suicidi,  proiettili di artiglieria e mortai. Fonti sul posto riferiscono che nelle zone di Deir Hafer sarebbero state colpite aree densamente popolate e attività commerciali, tra cui lo zuccherificio locale e diversi negozi di alimentari.

Le forze curde denunciano questi attacchi come tentativi deliberati di paralizzare la vita quotidiana, colpendo qualsiasi movimento nella zona e impedendo ai contadini di accedere alle proprie terre e al lavoro, con gravi conseguenze sulle condizioni di vita dei civili, accusando le fazioni di Damasco di avere piena responsabilità di questa escalation e delle conseguenti conseguenze umanitarie e di sicurezza nella regione.

La versione fornita dall’agenzia di stampa ufficiale siriana SANA è invece differente: secondo Damasco, sarebbero state le SDF a bloccare un corridoio umanitario predisposto nell’area di Deir Hafer, impedendo ai civili di lasciare la zona, dichiarando inoltre che la protezione civile siriana avrebbe disposto squadre ed ambulanze per accogliere ed assistere le famiglie. Posizione nettamente contrastata dalle forze curde che hanno replicato con numerosi comunicati stampa dichiarando tali affermazioni false e denunciando che le fazioni affiliate a Damasco avrebbero continuato il 14 e 15 gennaio bombardamenti indiscriminati di artiglieria su aree densamente popolate a est di Aleppo, nel tentativo di esercitare pressione sui residenti e di sfollarli forzatamente dalle loro case.

Cio che emerge da questa pericolosa escalation militare nelle aree curde è il rischio concreto di trascinare l’intera regione in una nuova fase di guerra aperta. Le SDF hanno dichiarato nei giorni passati  di essere pronte a resistere “fino all’ultimo uomo”, denunciando inoltre la presenza di oltre 400 persone ancora “disperse” nelle carceri siriane dopo gli scontri ad Aleppo, arrestate in maniera arbitraria durante i saccheggi di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh.

Le SDF hanno poi espresso la preoccupazione che l’attuale situazione possa essere sfruttata dalle cellule dell’ISIS per attaccare le carceri in cui sono detenuti i loro membri. “Il protrarsi di questa escalation”, si legge in un comunicato, “potrebbe portare a un’instabilità generale, minacciando la sicurezza delle prigioni e rischiando di riportare la regione al punto di partenza dopo anni di sacrifici nella lotta al terrorismo.”

In questo contesto di instabilità è possibile che miliziani riconducibili a “vecchie” organizzazioni jihadiste, che hanno trovato spazio nelle nuove strutture militari siriane create dopo la caduta di Bashar Al-Assad, si siano ora macchiati del sangue di civili curdi; un ambiguità già vista nei massacri delle minoranze in Siria nel 2025. La situazione perciò resta critica, nonostante le ultime dichiarazioni concilianti del comandante delle SDF. Nel frattempo i media curdi riportano che un convoglio della coalizione internazionale a guida USA si è diretto verso le aree di Deir Hafer, poche ore prima della dichiarazione ufficiale delle forze curde. L’inviato statunitense in Siria Tom Barrack dovrebbe incontrare, secondo Al -Monitor, oggi ad Erbil Mazlum Abdi nell’ambito di un’azione statunitense volta, a quando viene riportato, a prevenire un più ampio scontro nella regione.