A due giorni dalla visita ufficiale in Israele del premier indiano Narendra Modi, il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha lanciato una sua visione strategica: la creazione di un “asse di nazioni” che includa India, paesi arabi, africani e del Mediterraneo.
Nel corso della riunione del suo gabinetto di ieri, Netanyahu ha delineato quello che ha definito un “sistema di alleanze” attorno e all’interno del Medio Oriente. L’obiettivo, ha spiegato, è riunire paesi che “condividono una visione comune della realtà, delle sfide e degli obiettivi” per opporsi a quelli che ha definito gli “assi radicali”. “Stiamo lavorando per formare un nuovo asse che includa India, paesi arabi, africani e mediterranei, come Cipro e Grecia, in contrapposizione agli assi sciita e sunnita”, ha affermato Netanyahu, menzionando anche il coinvolgimento di altre nazioni asiatiche non specificate. Ha inoltre ribadito il ruolo centrale dell’ “alleanza unica e storica” con gli Stati Uniti, menzionando il suo rapporto personale con Donald Trump come pilastro di questa strategia.

Il focus strategico in Israele si sta spostando dalla “Mezzaluna sciita” iraniana a un emergente “Muro sunnita” che la Turchia – assieme ad Arabia Saudita, Egitto e in seconda battuta con Qatar e Pakistan – starebbe cercando di alzare nella regione. Con il declino dell’Iran, scrivono in questi giorni i media israeliani, la Turchia si candida a diventare la potenza trainante dell’area in opposizione a Israele. Sponsor dei Fratelli Musulmani, Ankara sta aumentando la propria influenza nel mondo sunnita e sulla questione palestinese, limitando di fatto lo spazio di manovra di Tel Aviv, specialmente nel Golfo.
Questo scenario rappresenta anche una battuta d’arresto per le ambizioni israeliane di normalizzazione con l’Arabia Saudita, pilastro mancante e fondamentale degli Accordi di Abramo del 2020. Rispetto a questo nuovo blocco, gli stessi Accordi perdono di rilevanza data la collaborazione attiva soltanto degli Emirati e il ruolo marginale degli altri firmatari arabi.
La visita di Modi, la prima di un leader indiano in Israele, si inserisce perfettamente nella visione strategica di Netanyahu. Modi terrà un discorso alla Knesset, parteciperà a una cerimonia a Gerusalemme e visiterà il Memoriale dell’Olocausto Yad Vashem.
Oltre al significato politico, l’incontro sarà incentrato sul rafforzamento della cooperazione bilaterale in settori chiave. “La visita comprenderà decisioni volte a rafforzare la cooperazione economica, politica e di sicurezza”, ha affermato Netanyahu, con “particolare attenzione ai settori dell’alta tecnologia, dell’intelligenza artificiale e dell’informatica quantistica”. Questi temi testimoniano il crescente partenariato tra i due paesi. Netanyahu vuole rimodellare l’equilibrio di potere in una vasta area dal Medio Oriente all’Asia meridionale. La visita di Modi perciò rappresenterà, nelle sue intenzioni, un tassello fondamentale di questa architettura strategica.
In parallelo alle sue iniziative di politica estera, Netanyahu prosegue con le politiche di insediamento. Durante la riunione di gabinetto di ieri, ha annunciato la pianificazione di un nuovo insediamento abitativo nel deserto del Negev, nelle vicinanze di Kiryat Gat, destinato specificamente alla popolazione Haredi (ultra-ortodossa). L’iniziativa è stata presentata come parte del proseguimento dello “slancio di sviluppo” nella regione, con l’obiettivo di accelerare i progetti infrastrutturali e l’espansione degli insediamenti. A farne le spese saranno le comunità beduine, non riconosciute dallo Stato di Israele e destinate a sparire.
















